A Verona non più di venti giorni fa è toccato a Nicola. Non più di tre giorni fa sono stati due ragazzi, Alessio e Flaminia, a restare esanimi sull'asfalto di una trafficata strada di Roma dopo essere stati travolti da uno cui era stata anche tolta la patente. Tra il pomeriggio di sabato e la giornata di domenica, sono stati, invece, alcuni extracomunitari a Roma e a Torino a subire violenza: sabato pomeriggio il raid fascista nella Capitale ai danni di alcuni negozi gestiti da stranieri. Mentre nel capoluogo piemontese, un marocchino recluso in un Cpt è morto, pare senza essere soccorso. Infine, a Cassino, un sabato come tanti è finito in tragedia, con un giovane massacrato di botte e un buttafuori arrestato. E queste sono solo alcune delle vicende che maggiormente hanno riempito le cronache di tg e giornali. Sufficienti però a fotografare la scia di intolleranza, di prevaricazione, di sangue che traccia i confini di un Paese sempre più senza freni. Senza limiti. Un Paese dove il senso di impunità dà libero sfogo alla leggerezza nei comportamenti. Dove l'odio diventa un gioco come un altro per ingannare l'attesa del mattino. Dove l'altro appare come un fastidioso intralcio ad una patologica espressione di sè. Dove la vita diventa soltanto il noioso incedere di giorni persi nell'inerzia del proprio tempo.lunedì 26 maggio 2008
Violenza (e solitudine)
A Verona non più di venti giorni fa è toccato a Nicola. Non più di tre giorni fa sono stati due ragazzi, Alessio e Flaminia, a restare esanimi sull'asfalto di una trafficata strada di Roma dopo essere stati travolti da uno cui era stata anche tolta la patente. Tra il pomeriggio di sabato e la giornata di domenica, sono stati, invece, alcuni extracomunitari a Roma e a Torino a subire violenza: sabato pomeriggio il raid fascista nella Capitale ai danni di alcuni negozi gestiti da stranieri. Mentre nel capoluogo piemontese, un marocchino recluso in un Cpt è morto, pare senza essere soccorso. Infine, a Cassino, un sabato come tanti è finito in tragedia, con un giovane massacrato di botte e un buttafuori arrestato. E queste sono solo alcune delle vicende che maggiormente hanno riempito le cronache di tg e giornali. Sufficienti però a fotografare la scia di intolleranza, di prevaricazione, di sangue che traccia i confini di un Paese sempre più senza freni. Senza limiti. Un Paese dove il senso di impunità dà libero sfogo alla leggerezza nei comportamenti. Dove l'odio diventa un gioco come un altro per ingannare l'attesa del mattino. Dove l'altro appare come un fastidioso intralcio ad una patologica espressione di sè. Dove la vita diventa soltanto il noioso incedere di giorni persi nell'inerzia del proprio tempo.venerdì 9 maggio 2008
I cento passi di Peppino (e di tutti noi)
lunedì 14 aprile 2008
Italia: anno zero
mercoledì 2 aprile 2008
Chiudere i Cpt, aprire la civiltà
domenica 30 marzo 2008
Ardere di lavoro
giovedì 27 marzo 2008
Colpevole di ghetto
martedì 19 febbraio 2008
La Storia lo assolverà
giovedì 14 febbraio 2008
Il problema è "diverso"
venerdì 8 febbraio 2008
C'era una volta la mafia
martedì 5 febbraio 2008
Il racconto di Obama
giovedì 31 gennaio 2008
Signora Sanità, signorina ingiustizia
venerdì 25 gennaio 2008
Benvenuti in Italia
domenica 20 gennaio 2008
I cannoli di Totò
Condannato per aver aiutato mafiosi, ma non Cosa Nostra? E lui brinda e offre cannoli a collaboratori e giornalisti nel suo ufficio di presidente della Regione. Questa la reazione di Totò Cuffaro, detto "vasavasa", alla sentenza del processo di Palermo che, appunto, gli ha inflitto - in primo grado - cinque anni di carcere per favoreggiamento semplice ma non mafioso. Una macchia comunque pesante per qualsiasi uomo delle istituzioni, ma non per il pittoresco Totò che, appena ascoltato dal giudice il dispositivo della sentenza, ha innanzitutto fatto sapere che resterà Governatore. E l'indomani, più rilassato e col viso tornato alla solita rotondità, ha invitato tutti a Palazzo D'Orleans, sede della presidenza della Regione siciliana, per festeggiare a botte di paste di mandorla e tipici cannoli di ricotta. Come dire, nulla è successo e nulla succederà. Il blocco di potere che regge l'Isola, corroborato dal milione e passa di voti che ha preso Cuffaro l'ultima volta, è saldo come non mai. Il malgoverno, le clientele e soprattutto l'alone di ombre e di sospetti, che tuttora aleggia sul "capo dei capi" della politica siciliana, restano tutte lì. Oggi come ieri. E il banchetto "alla siciliana" (benchè smentito dal Governatore) è così solo l'ultimo triste spettacolo in cui pupi e pupari giocano a scambiarsi i ruoli, sperando che non venga mai il giorno del giudizio. Quello vero.
martedì 15 gennaio 2008
Il trono, l'altare e la cattedra
Ha ragione Mussi, quando dice che l'annullamento della visita del Papa alla Sapienza è un fatto grave. Il perche, ha osservato il ministro dell'Università , è semplice: contraddice lo spirito, la natura e la missione propri della realtà accademica. Dunque, le perplessità di molti professori dell'ateneo romano e le proteste degli studenti, seppure quest'ultime caratterizzate dalla goliardia, sembrano aver avuto la meglio. Dicono sia stata la vittoria della sopraffazione e della censura sulla libertà d'espressione e sul dialogo. La vittoria di una "certa cultura laicista" sul genuino concetto di laicità. In parte è vero, per il resto le frasi ad effetto fanno parte della strumentalizzazione politica. Tuttavia, se si prova a isolare la sostanza della questione - di per se complicata - ci si accorge che la radice dello scontro deriva forse dal profilo di questo papato, ben diverso rispetto a quello precedente. In fondo, la "certa cultura laicista" c'è sempre stata - minoritaria - nel nostro Paese. Il mutamento di stagione, al contrario, è avvenuto con l'elezione al soglio pontificio di Ratzinger e soprattutto con le sue ferme prese di posizioni su tanti temi caldi: dalla famiglia al ruolo del cattolicesimo, dall'aborto al confronto con le altre religioni. Prese di posizione che sono scivolate come l'olio nel dibattito politico perchè hanno incrociato una classe politica e un Paese debole e orfani di punti di riferimento forti. Da qui un gioco patologico che spinge a confondere il trono con l'altare. E l'altare con una cattedra.
domenica 13 gennaio 2008
L'Italia ai tempi della "monnezza"
Non accenna a placarsi la protesta contro il piano straordinario adottato dal governo per l'emergenza rifiuti in Campania. Dopo Napoli e la Sardegna, anche in Sicilia, in queste ore, si stanno mettendo in atto blocchi stradali ed altre manifestazioni simili. In nottata, un carico di 1.500 tonnellate di rifiuti provenienti dalla Campania e diretti ad Agrigento ha provocato la reazione di un centinaio di cittadini, che hanno occupato con le loro auto la strada vicina alla discarica. E tutto questo quando, qualche giorno fa, all'appello del premier Prodi (che ha chiesto un contributo a tutte le Regioni per risolvere la crisi) la maggior parte dei vertici delle istituzioni locali hanno risposto in modo alquanto freddo. Insomma, sempre di più la questione della "monnezza" sta diventando il termometro dello stato d'animo del Paese: una nazione sempre più divisa, concentrata sui propri particolarismi e indifferente alle sorti altrui. I media hanno battezzato questa "sindrome" con l'acronimo inglese "Nimby", ovvero "Not in my back yard" ("Non nel mio cortile"). Eppure l'Italia, che pure è passata per immani tragedie, non è mai stata fino in fondo un Paese "nimby". Dal Vajont al terremoto dell'Irpinia, dal sisma in Friuli alla strage di Bologna, gli italiani hanno saputo sempre esprimere solidarietà e condivisione. Ma soprattutto fiducia e capacità di immaginare e costruire il meglio, nonostante tutto. Viene in mente un passaggio del film "La meglio gioventù". Il giovane Nicola Carati si trova in Nord Europa alla ricerca di se stesso e della propria identità, quando una mattina accende la tv e scopre il dramma che sta vivendo Firenze, l'acqua che sembra inghiottire una città, la sua storia, la sua cultura, la sua bellezza. Nicola non ci pensa un attimo a raccogliere in sacca le poche cose del suo viaggio e a partire subito, perchè capisce che in quel momento è necessario essere lì. Per gli altri, certo, ma anche per se stessi. Come Nicola furono migliaia le persone, soprattutto giovani, che accorsero in una città deturpata e ferita nell'anima. Furono tantissimi i giovani e le giovani che ascoltarono quella laicissima ed esistenziale "chiamata" che porta il nome di speranza. Oggi di quell'afflato ideale e di quella eredità morale che forgiarono una intera generazione non resta che la rabbia e l'incomprensione di un popolo smarrito e senza orizzonte.
giovedì 27 dicembre 2007
Ombre nere sul Pakistan
Benazir Bhutto è stata ammazzata. Un kamikaze ha messo fine alla battaglia da tempo intrapresa dall'ex premier pakistano contro il fondamentalismo islamico e contro il regime militare di Musharraf, per la rinascita democratica del Paese. E proprio a queste due forze bisogna fare riferimento per capire chi siano i mandanti dell'attentato. Il rientro della Bhutto nell'agone politico pakistano, infatti, ha rappresentato un elemento destabilizzante nella lotta per il potere che si combatte, soprattutto dopo l'11 settembre, a Karachi, a Islamabad e in tutto il Pakistan, fra i seguaci di Bin Laden e il governo del Generale. Lotta per il potere, legata ovviamente agli enormi interessi geopolitici dell'area. Insomma, la presenza della Bhutto scardinava un gioco perverso e paradossale sostenuto, per opposti motivi e interessi, dalle due forze che governano il Pakistan. Così, Benazir era pericolosa per gli integralisti, che non hanno mai dimenticato la sfida condotta dall'allora premier Bhutto contro di loro dagli anni 90 fino ai ieri. Ed era pericolosa pure per Musharraf (che con la Bhutto aveva recentemente siglato un patto più o meno formale attraverso il quale sostanzialmente i due si spartivano la guida politica dello Stato) , il quale non avrà più, almeno in questa fase, un concorrente vero e credibile nella gestione del potere. E' una situazione, quella venuta a crearsi con l'assassinio della Bhutto, nella quale, dunque, è richiesto agli Usa di abbandonare la strada dell'ambiguità politica nel sostegno al Generale e all'Europa di tentare un'iniziativa politica autonoma. Altrimenti, come in una spirale impazzita, alle bombe risponderà la dittatura. E alla dittatura replicheranno i kamikaze.
domenica 16 dicembre 2007
Il coraggio di Don Abbondio
Evidentemente il colpo lo abbiamo accusato se ancora stiamo a parlare dell'articolo del New York Times, che dipinge l'Italia come un Paese triste e attanagliato dalla paura. Solo il presidente Napolitano ha commentato con i toni giusti le critiche, invitando gli americani a osservare con più oggettività la complessa realtà italiana. Insomma, secondo il presidente bisogna guardare certo alle ombre ma pure alle luci che si accendono nel cielo d'Italia. Il che è sicuramente vero. Però ci ha pensato la stragrande maggioranza della nostra classe politica - che, come era prevedibile, subito dopo l'uscita dell'articolo, si è messa in moto per minimizzare, smentire, svicolare - a confermarci ancora una volta che non possiamo che essere depressi politicamente. Eppure, vogliamo stare a ciò che, giustamente, sostiene Napolitano e preferiamo consolarci con le tante eccellenze di cui andare orgogliosi. Che ci dimostrano che le cose stanno diversamente da come pensano i tanti don Abbondio in Italia. Il coraggio nell'affrontare se stessi e il futuro, infatti, uno se lo può dare eccome. Anche se non ce l'ha.
martedì 11 dicembre 2007
La rabbia e l'orgoglio
Si è fermata una città per onorare le morti bianche. Torino, per un giorno, con le sue trentamila persone in corteo, è tornata ad essere la fiera e orgogliosa città operaia dei tempi che furono. Dicevano che l'antica capitale del Regno fosse cambiata in meglio, che si fosse risollevata dalla crisi della trasformazione post-industrale. Sostenevano che fosse in atto un nuovo Risorgimento. E, del resto, dalla ripresa della Fiat di Marchionne alle Olimpiadi invernali del 2006, gli esempi di una rinascita erano decisamente tangibili. Ora però ci accorgiamo, forse con un pò di stupore, che sotto i troppo facili entusiasmi covava una realtà ben diversa. E gli operai, che la nostra società dell'immagine si ostina a dichiarare scomparsi, tornano alla ribalta. Una ribalta fatta di lutti e dolori, di sfruttamento e morte. Di ferite che non vengono mai rimarginate. Qualcuno dirà che è il passato che ritorna. Che tutto, dalla centralità delle fabbriche nella vita del Paese alla questione operaia, è roba vecchia, trita e ritrita. Ma non è così. E per capirlo basterebbe scavare di più nella rabbia e nell'orgoglio di quei lavoratori che piangono la morte dei loro compagni.
domenica 9 dicembre 2007
La strage degli innocenti
Ormai è molto più di una tragedia che si ripete. Si tratta di una strage. Silenziosa e assurda, come assurdo è morire di lavoro nell'anno di grazia 2007. Gli ultimi casi eclatanti sono le morti bianche di 4 operai alle acciaierie ThyssenKrupp. Ma nella sconfinata provincia italiana e nelle stesse ore, altri lavoratori perdevano la vita sui propri luoghi di lavoro. Spesso, molto spesso, sui cantieri disseminati al sud come al nord. Il premier Prodi ha fatto dichiarazioni importantissime e chiare. E il governo ha deciso di intervenire con una nuova legge, che prevederebbe l'arresto dell'imprenditore che vìola in modo grave le norme sulla sicurezza. Insomma, finalmente ci si dà una mossa, per quanto tardiva. La riflessione che, però, si impone è la seguente: è molto difficile aumentare i controlli e le ispezioni sui luoghi di lavoro e nelle aziende? Evidentemente, sì. Il motivo, invece, sfugge al più semplice buon senso. Si tratta di incuria? Distrazione? O impotenza? Oppure, ancora, incapacità? E se invece la strage degli innocenti dipendesse dalla dinamica economica, che induce a situazioni al limite del rispetto della legge, del lavoro e del lavoratore?
domenica 2 dicembre 2007
Piante fragili su terreni aridi
Bene ha fatto il presidente del Consiglio Prodi a dire: "La politica spettacolo, accorcia tutto, rende tutto più misero". Al contrario, secondo il Professore "dobbiamo pensare a lungo termine, dobbiamo piantare piante, non erba". Era ora che dal pulpito di una delle cariche più importanti del nostro Paese si sentissero parole di buon senso, lo stesso auspicato dalla cosiddetta società civile disillusa da ideologie, partiti e governi. Che si stia finalmente imboccando la strada della sobrietà e della serietà, qualità che dovrebbero distinguere il lavoro istituzionale? Celentano qualche giorno fa ha per lo meno messo sul tavolo il dubbio. Qualcuno dirà: il "Molleggiato" si sa, è "il re degli ignoranti" per sua stessa definizione. E però, il tarlo del dubbio rimane: la politica smetterà, per dirla con il premier, di piantare erbaccia cattiva e davvero si dedicherà a far crescere belle e rigogliose le piante dello sviluppo e del progresso? Vorremmo essere ottimisti, ma la buona volontà del contadino non basta se il terreno su cui deve operare è inaridito, lasciato all'incuria della incapacità o solo della colpevole distrazione. E fra le due è difficile dire cosa sia peggio.
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