Libero Futuro. Così si chiama la prima associazione antiracket di Palermo presentata oggi nel corso di una manifestazione al Teatro Biondo del capoluogo siciliano. L'associazione prende il nome di Libero Grassi, il commerciante ammazzato dalla mafia nel 1991 perchè si era opposto al ricatto del pizzo. L'evento è stato un vero successo: moltissimi imprenditori e commercianti hanno preso parte all'iniziativa insieme a centinaia di cittadini e giovani. Insomma, la cosiddetta società civile dà segni di risveglio. E' di qualche mese fa la decisione della Confindustra locale, rilanciata poi anche da Montezemolo, di inserire nel codice etico dell'organizzazione di categoria degli imprenditori le sanzioni - fino all'espulsione - per chi paga e non denuncia. E le forze dell'ordine e i magistrati dicono che, rispetto a qualche tempo fa, sono aumentati gli imprenditori e i commercianti che si rivolgono allo Stato e confidano nella legge. Certo si tratta di segnali ancora troppo flebili. La paura e l'omertà sono ancora diffuse. Però non si può non ammettere che la cattura del boss di Palermo Lo Piccolo abbia aperto una feritoia nella cappa mafiosa che opprime la città. Non è ancora la primavera di Palermo, quella della politica che risorgeva, dei lenzuoli appesi ai balconi e di un popolo che rialzava la testa. Non è ancora "il fresco profumo della libertà" per dirla con le parole struggenti di Paolo Borsellino. Eppure fatti come quelli di oggi dimostrano che la speranza è ancora viva e che "il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità" non è un destino e nemmeno una condanna da espiare.
sabato 10 novembre 2007
venerdì 9 novembre 2007
L'alfabeto della democrazia
Bella l'idea di un parroco di Treviso di concedere alle preghiere dei musulmani i locali della chiesa per una volta la settimana. Si tratta di un gesto che può anche apparire eccentrico eppure ha una valenza da non sottovalutare. Soprattutto in un tempo in cui scarseggiano i ponti della pace e in cui non sempre si affermano le ragioni del dialogo. E soprattutto perchè questa idea viene partorita laddove è nato, cresciuto e prosperato il volto più crudo del leghismo. E' bello pensare che finalmente di Treviso non si parla per le truculente trovate dell'uomo forte della città, ovvero l'ex sindaco ora prosindaco Gentilini. E si riaccende la speranza ogni volta che qualcuno cerca di rompere la monotonia dei luoghi comuni. Ogni volta che qualcuno alla logica del pregiudizio risponde con l'alfabeto della democrazia.
giovedì 8 novembre 2007
Stazzema, giustizia e verità
La Cassazione ha confermato gli ergastoli per alcune SS che hanno compiuto l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema. La giustizia dei tribunali si aggiunge così al ripudio morale che la storia ha già adottato nei confronti del nazismo. Sono passati sessantatre lunghissimi anni. Anni di dolore per i familiari delle vittime ovviamente, ma anche per la coscienza civile del nostro Paese. Perchè la vicenda delle stragi nazi-fasciste è costellata di episodi inquietanti. Episodi che parlano di "armadi della vergogna" dove la verità per tanto tempo è stata sacrificata sull'altare di un malinteso realismo politico. Episodi che parlano di ipocriti o maldestri oppure solo incoscienti tentativi di utilizzare lo strumento del revisionismo storico per minimizzare responsabilità e per sporcare il quadro entro cui i fatti avvennero. Con la decisione di oggi anche l'alto tempio della giustizia statale ha certificato in maniera indelebile i nomi e i cognomi di coloro che annegarono nell'abisso dell'anti-umanità, consegnando così, in modo solenne, alla quotidianità del nostro vivere civile un elemento essenziale per coniugare la memoria con il futuro. In molti dicono, giustamente, che la sentenza arriva troppo tardi. Ma in un tempo, come quello che si sta vivendo, in cui riemergono dalle fogne della storia vecchie parole d'ordine e tristi bandiere, stabilire un punto fermo è necessario. Può essere fragile, simbolico quanto si vuole. Inutile, però, quello no, non può esserlo. Non lo sarà mai.
mercoledì 7 novembre 2007
La (lunga) marcia di Benazir
Benazir Bhutto ha deciso: guiderà una marcia di protesta da Lahore a Rawalpindi il prossimo 13 novembre se il presidente Pervez Musharraf non abbandonerà il comando delle forze armate. L'ex premier e attuale leader dell'opposizione democratica in Pakistan vuole così lanciare un messaggio al mondo sulla difficile situazione del suo Paese. Il Generale, numero uno del regime di Islamabad, ha dichiarato lo stato d'emergenza, ha abolito la Costituzione e fatto arrestare alcuni esponenti dell'opposizione. Centinaia di migliaia di pakistani sono già scesi nelle piazze per contrastare il rischio dell'instaurazione di una vera e propria dittatura militare. E intanto il Paese diventa sempre più terreno fertile per i gruppi terroristici islamici legati ad Al Quaeda. Nel giorno del suo ritorno dall'esilio qualche settimana fa, la Bhutto è rimasta illesa in un attentato degli integralisti che ha provocato la morte di circa cento persone. La marcia della leader democratica pakistana è, dunque, un grido gettato nello stagno della realpolitik occidentale. Un urlo capace di spezzare il tragico rosario di guerra e terrorismo che opprime da sempre il suo coraggioso popolo.
martedì 6 novembre 2007
Amico della libertà
Avevamo ancora bisogno di Enzo Biagi. Forse ora più che mai. Ci mancherà il suo sguardo disincantato sulle cose e i personaggi del mondo, il suo descrivere leggero (eppure profondo) fenomeni epocali e debolezze degli uomini, piccoli fatti della quotidianità e immortali gesta dei popoli. Sempre cogliendo lo spirito dei tempi. Ci mancherà Enzo Biagi. E ci mancheranno i suoi racconti della nostra Italia sempre sospesa tra cinismo e solidarietà, in bilico tra paura e coraggio. L'Italia dei mille paesi e l'Italia delle metropoli, l'Italia della speranza e quella della memoria: ecco il Paese che raccontava Enzo attraverso la Rai o i giornali. L'Italia capace di grandi gesti come al tempo della Resistenza e quella ipocrita e machiavellesca delle stragi e della violenza politica. E poi l'Italia del danaro facile e della disinvoltura morale che lascia il passo a quella della mediocrità al potere e del conformismo imperante. Ci mancherà Enzo Biagi, cronista amico della verità, partigiano fedele alla libertà.
venerdì 2 novembre 2007
L'eredità di Don Oreste
E' morto Don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII. Una vita, quella di Don Benzi, dedicata evangelicamente agli ultimi. Immigrati, prostitute, tossicodipendenti, malati di Aids, quante battaglie ha combattuto Don Oreste. Quante notti spese per strada a parlare con le ragazze strappate alle loro terre - l'Est europeo, la Nigeria - per convincerle a spezzare un destino fatto solo di sfruttamento e di schiavitù. A quante ragazze e a quanti ragazzi ha fatto capire che con la droga non c'è libertà nè dignità. Per quanti malati dei mali della nostra società ha avuto una parola di conforto e di speranza. Don Oreste parlava a noi e alle nostre coscienze distratte subito pronte a puntare il dito contro il prossimo, parlava di noi e della nostra superficialità, della nostra arroganza, della nostra supponenza. Don Oreste, come tante persone di buona volontà, valorizzava ciò che la nostra società scarta. Ci invitava a guardarci allo specchio prima di giudicare l'Altro, Don Oreste. E scoprire, così, che non siamo poi così diversi dall'Altro che vogliamo fuori dalla nostra colpevole vista. E' questa l'eredità semplice ma esplosiva dell'impegno di Don Oreste.
giovedì 1 novembre 2007
Il barbaro e l'ipocrisia
La tragedia della donna massacrata a Roma da un giovane rumeno martedì scorso resta in primo piano sui giornali e in tv. Lunghi servizi per descrivere chi è la vittima - ora in coma - o la personalità del carnefice - ora per fortuna in carcere grazie soprattutto alla testimonianza di una connazionale dell'uomo -, telecamere in faccia al primo che passa e microfono in bocca al vicino di casa. Intanto, la politica apre il dibattito sull'opportunità o meno che la Romania faccia parte dell'Unione Europea. Dicono che dopo la vicenda accaduta a Tor di Quinto non si può più stare a guardare, bisogna assolutamente agire. Il governo ha anticipato l'entrata in vigore di alcune misure in merito alle espulsioni varate appena il giorno prima, l'opposizione sostiene che non è sufficiente, ci vuole ben altro. Insomma, tutto secondo copione, all'insegna dell'allarmismo e della propaganda. Ma anche di una visione emergenziale e non razionale dei problemi. Nel caotico rincorrersi di grida concitate e di indignazioni ad orologeria nessuno che ci spieghi davvero perchè l'orrore e la violenza si sono impadronite delle nostre città, senza tirar fuori sempre la storia dello straniero barbaro. Perchè le città sono ormai diventate il campo di battaglia dove si scontrano le nostre paure, i nostri rancori, la nostra indifferenza. Perchè resistiamo ad ammettere che ciò che abbiamo costruito è l'esito delle nostre scelte. Scelte spesso rivelatesi cambiali di ipocrisia firmate per un tozzo di benessere.
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